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La notizia è già nel titolo dell’album: i Doctor 3 sono tornati.
Assenti dalla scena discografica dal 2003, il loro ritorno è più che mai prezioso, anche perché questi anni di silenzio non hanno prodotto alcunché di similare nel panorama discografico del jazz italiano. La musica, o meglio l’alchimia dei Doctor 3 era ed è soltanto loro, appartiene soltanto al trio, sebbene individualmente i componenti del gruppo abbiano dato vita, in questo periodo, ad album di tutto rispetto. Ma, diciamolo, non è stata la stessa cosa.
Ciò detto, siamo ancora una volta di fronte ad un album che non smette di girare nel lettore cd: irresistibilmente jazz, questo è, diversamente dai precedenti, un album decisamente notturno, ricco di atmosfere blue.
Come sanno i più, da questa parola dai molteplici significati si prese a definire il genere Blues. In questo caso i nostri si rifanno a quella “melancholia” che spesso pervade l’anima del musicista, portandolo a creare un’atmosfera di sereno struggimento.
Blue è un album più maturo, più intimo, dove l’improvvisazione viene ulteriormente ridotta per privilegiare la forma-canzone, qui restituita praticamente intatta, e l’aspetto melodico.
C’è minimalismo e sintesi, rispetto alle quattro precedenti produzioni; c’è una limpidezza cristallina restituita in ogni nota, in ogni accordo, in ogni sfumatura armonica; è come se autori tanto distanti nel tempo e nello spazio (da Burt Bacharach a Francesco De Gregori, da Damien Rice a Luigi Tenco, da Rodgers & Hart a Mogol/Battisti, passando per Elmer Bernstein, James Taylor e John Williams….) suonassero tutti allo stesso modo, filtrati dall’anima dei musicisti e restituiti dai loro strumenti.
Un disco dell’anima e per l’anima.